Parigi val bene tutto.

Tornata da Parigi il tempo di due turni di guardia, metabolizzato il fatto che no, non ci vivo e che posso smetterla di farfugliare “Oui, oui, oui” e “Merci, merci, merci” a destra e a gauche, decido di usare questa oziosa serata da divano e coperta per farvi dono del mio itinerario parigino perché si possa finalmente dire insieme basta basta basta con “e sì però Berlino” e “come Londra, dai Camden” e qualsiasi altra città del nostro bel pianeta perché nulla, mai nulla, potrà eguagliare le possibilità artistico-cultural-giramondo parigine.
Mai.
Jamais.
Se non ne convenite, ne converrete.
Se non ne converrete, tornatevene pure a comprare i cucchiaini della regina Elisabetta.

Premetto che l’itinerario seguente tiene per forza di cose conto del veto da me imposto sul grantour dei musei perché per me sarebbe stata la terza volta e occhei che c’è sempre da imparare ma io volevo sfondarmi di éclair seduta su di una panchina.
Concesso il Musée d’Orsay perché sì.

Prima di tutto un necessario resumé della storia di Parigi.
Parigi viene fondata circa 300 anni prima che nascesse Gesù su quella isoletta a losanga al centro della Senna, l’Île-de-la-cité, da quelli che si vedono in Asterix&Obelix, che si scannano con quegli altri di Giulio Cesare.
Poi si passa per tutte quelle dinastie in rima: Merovingi, Carolingi, Capetingi.
Poi arriva la peste.
Poi arriva la guerra dei 100 anni.
Poi i mercanti e i contadini dicono basta, barricades! E si ribellano al delfino Carlo V.
Poi Carlo V, che colpo di scena: non sa nuotare, dice state calmini! Li ammazza tutti e si gode poi il meritato riposo nel palazzo del Louvre.
Poi bruciano Giovanna d’Arco che diceva no gli inglesi no.
Poi ad un certo punto iniziano i Luigi.
Luigi XIII e Luigi XIV, quelli con i cardinali appollaiati sulla spalla, non ve li spiego perché Lady Oscar l’abbiamo visto tutti e se non l’avete visto vi mancano le basi, ci vediamo al prossimo appello.
Poi arriva Luigi XV che è quello che i francesi chiamano “les incompetents” che dice raga torniamo a Versailles che qui tira una brutta aria.
Arrivano dunque quei ganzi degli Illuministi, che quando si incontrano per strada anzichè BOMBER o BÉL si chiamano CITOYEN (che è un attimo più fine). Questi si mettono a scrivere l’enciclopedia e gliene cantano quattro a quei chiesaroli, mica come noi italiani baciapile.
Arriva quindi la rivoluzione francese che all’inizio è una gran ficata. Barricate dappertutto, chiese sconsacrate, statue della Madonna sostituite da busti di cantanti ma non di Madonna, dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, trattato sui diritti delle donne, tutto molto bello.
Ai Girondini si sostituiscono presto quei grillini dei Giacobini che esagerano e mandano tutto in vacca, teste che rotolano come monetine cadute dalla tasca dei jeans.
Voilà il terrore, signori!
Ci pensa Napoleone Bonaparte, tre o quattro cannonate e rimette tutti in riga, si lascia però presto sfuggire la mano e si autoproclama imperatore e inizia a giocare a Risiko, che per carità quando piove è un bel passatempo, basta farlo in ludoteca.
Se i Radiohead ci dicono che 2+2=5 ci può stare anche che a Napoleone I succeda Napoleone III, con un inframezzo di seconda repubblica.
Questo qui, consigliato dal Barone Haussmann, delicato urbanista, decide che le vie a Parigi son troppo strette, che così si diffondono troppo bene le epidemie perché lavarsi le mani era ancora considerata una perdita di tempo, ma che soprattutto era scomodo passare per quelle strettoie con i cannoni, mentre tirar su barricate invece era un gioco da ragazzi e ai parigini questo piaceva un casino.
Se tu chiedi a un parigino se preferisce infilarsi una baguette sotto all’ascella o tirar su una barricata questo ti risponde 100% la seconda, quindi il dinamico duo rade al suolo più o meno tutta Parigi e fanno quei bei vialoni larghi, ariosi, dove poi così possono aprire Gucci e Louis-Vuitton.
Sopraggiunge la terza repubblica, i francesi sono alla fame. Si mangiano persino gli animali dello zoo del Jardin des Plantes.
I capi decidono che in cambio di una tregua regalano ai prussiani l’Alsazia e la Lorena.
I parigini si incazzano record perchè va bene tutto, ma l’Alsazia e la Lorena no cazzo.
Fanno la Comune di Parigi. Chi ha la grana scappa di nuovo a Versailles.
I comunardi armano tutti quanti, dalla prozia Charlotte che munge le mucche a suo secondo nipote che ha cinque anni e mezzo ma ha imparato a leggere da solo, provano anche a dire ai soldati che arrivano da Versailles per riprendersi la città che sono dei poveracci come loro, di passare dall’altra parte delle barricate come antesignani della réclame dell’olio Cuore, che sarebbero stati felici di dividere con loro l’ultimo filetto di giraffa che era rimasto nel freezer, ma questi niente, iniziano ad ammazzare tutti quelli che incontrano fino a quando la Senna sembra il tombino di scolo del macellaio.Arrivano poi le due guerre mondiali, la repubblica di Vichy e quella collaborazionista di Coco Chanel e insomma, facciamola breve e finiamola qua.

Ora possiamo procedere con il fotoracconto.

Il mio posto preferito assolutamente è con il naso all’insù a guardare la facciata di Notre-Dame.
Racconta una storia lunghissima.
É una specie di fumetto dell’antico testamento ma se ti informi un attimo trovi molto da leggere su tutti i simboli e gli spiegoni che vi hanno nascosto gli alchimisti parigini che si trovavano mica per caso davanti a Notre-Dame una volta a settimana. Diciamo che era il loro Power Point prima che inventassero il Power Point.
Di Notre-Dame non ho fatto manco una foto perchè ero troppo presa dall’inscenare una lunghissima commedia su tutto lo spiegabile della facciata a Bondi che mi è parso sinceramente entusiasta o forse si è trattato di un caso di vasi comunicanti di entusiasmo, non saprei dire con certezza. Dovete un po’ calarvi nella parte, fate finta di essere uno dei cittadini parigini a cui Victor Hugo andava a chiedere di firmare la petizione per la sua ristrutturazione.
“Victor ha appena creato una petizione su Change.org: firma anche tu.”

Il mio secondo posto preferito è il Panthéon. Là, sulla collinetta di Sainte Genèvieve, immerso nel quartiere latino.

Il Panthéon ha una bellissima storia di metti e togli, di monta e smonta, di consacra e sconsacra.
L’ha fatto costruire Luigi XV per ringraziare Sainte Genèvieve, patrona di Parigi, per averlo guarito perchè anche lui era del club acqua e limone al mattino.
La sua costruzione viene ultimata giusto in tempo per la Rivoluzione del 1789, momento non esattamente propizio per le chiese tant’è che viene immediatamente sconsacrato e destinato a mausoleo de les grand hommes.
Poi lo riconsacrano.
Poi lo risconsacrano.
Poi di nuovo chiesa.
Poi ti ho detto di no, cava quella croce, anzi, taglia i bracci laterali che gli issiamo la bandiera rossa della Comune.
Rimetti la croce, però falla di pietra e alta quattro metri così il cazzo che la rilevano.
Infatti la lasciano lì, anche se alla fine resta la destinazione mausoleo sconsacrato.
Da visitare perchè:
– nella sua cripta grande quanto un aeroporto ci abitano Rousseau, Voltaire, Marie e Pierre Curie incamiciati nel piombo, Victor Hugo, Dumas padre, e tanti altri. Ci sono peraltro ancora stanze libere, don’t stop believing.
– come vedete dalla mia foto qui sopra ad una delle cupole è appeso il pendolo di Foucault, quello vero, e così puoi sospirare davanti a tutti quegli instagrammabilissimi marmi perchè tu della velocità angolare non ci hai veramente mai capito un cazzo.

Già che siete nel quartiere latino compratevi una Lonely Planet e fatevi il gran tour degli appartamenti da pezzenti di tutti i grandi scrittori, americani e non, del Novecento.
Qui, al contrario dell’ultraproibizionista America, potevi fare un po’ quel che ti pareva e il vino te lo tiravano dietro. Così si sono trasferiti da queste parti gente come Joyce, George Orwell, Hemingway, Kerouac, Ginsberg e bla bla bla, cercate pure il vostro preferito che tanto vedrete che di qua c’è passato di sicuro.

 

Poco distante da lì, sempre sulla rive gauche della Senna, andate a farvi un giro all’Institute du mond arabe, perché i suoi finestroni dotati di questi pizzi di fotocellule che regolano la quantità di luce da far entrare nell’edificio sono una cosa sbalorditiva.
Progettato da Jean Nouvel, vanta alcuni valori aggiunti:
– mostre temporanee e permanenti meritevoli di una visita
– ascensore che ti porta sul terrazzo da cui hai una buona vista panoramica anche se non a 360 gradi, di quei gradi sufficienti per permettere la visione del retro di Notre-Dame e della statua di Sainte Genèvieve (che sarebbe quella specie di razzo li sul ponte nella foto in basso a destra).

Vigne di Montmartre.jpg
Vi dico l’ultima cosa culturale, il resto sbattetevi un po’ anche voi o non mi sembra corretto.
Montmartre.
Fondamentalmente è una mezza schifezza se la si affronta passando per Place du Tertre dove troviamo in loco esclusivamente una mandria di finti ritrattisti/caricaturisti da cartellone di laurea che tampinano i turisti asfissiandoli.
Se però ti fai le vie meno battute, dove non ti propinano una Tour Eiffel in veste di orologio-portacartaigienica-apribottiglie-cartolina-calamita-cottonfioc, è ancora una meraviglia.
Scarpe basse, polpacci caldi e via andare.
Salite, discese, gradini, gradini, salite, gradini, pausa limoni, panchine, gradini.
Scorci suggestivi (questo l’ho copiato per darmi un tono) sui tetti di Parigi.
Fatevi Rue St. Rustique (occhio che è borderline con l’inferno dei turisti) che è la via più vecchia di Montmartre, Rue des Saules fino a “Au lapin Agile” <– cercate su Wikipedia che qui il tempo stringe.
Andate a cercarvi gli ultimi mulini a vento superstiti dove ad una pala hanno crocefisso anche un soldato russo nel 1814 perchè col cazzo che glielo porti via un mulino ai francesi.
Andate a cercarvi anche quel che resta del millenario vigneto di Montmartre, sembra di guardare dal buco della serratura in una faccenda parallela.
(“Qui una volta era tutta campagna!” <– leggere con la voce di vostro nonno).
La foto della basilica del Sacre-Coeur, quella bella meringona sul cucuzzolo del colle che è stata costruita per chiedere scusa a dio per la Comune di Parigi, non ve la metto perché compaio in atteggiamenti limonanti, e giustamente me ne vergogno.
Poco distante potete andare a vedere anche il muro dei TI AMO scritti in trecento lingue diverse fatto da un tizio che a quanto pare la Manpower non lo chiamava mai e allora si è impezzato così.
É abbastanza brutto, però ora che vi ci ho portati con l’inganno potete andare a visitare la chiesa di Saint-Jean che è lì a due metri che Anatole de Baudot ha detto “Scommettiamo che ti glorifico dio anche usando mattoni e cemento armato?”

Adesso che siete pieni di spunti per i vostri neuroni vi dico anche alcune faccende enogastronomiche. Allora, la prima sera ho portato Bondi a cena qui, da MONSIEUR BLEU:

Tenendo conto di un moroso apprendista chef da impressionare nella speranza che si mettesse ad implorarmi in ginocchio di trasferirci qui fino alla fine dei nostri giorni per poter esser seppelliti nel Panthéon, o alla peggio nel cimitero del Pére-Lachaise, ho prenotato in questo snobbissimo ristorante che si trova sul retro del Palais de Tokyo, museo di arte contemporanea.
La sera tutto molto acceso e sfavillante, torre Eiffel compresa per la gioia del turista che è in noi.
Locale dai camerieri molto gentili ma con la celebre spocchietta.
Tutti elegantini con papillon e bretelle ti servono con nonchalance un piatto di ravioli contenente numero tre ravioli e ti sequestrano la bottiglia di vino così possono tornare al tavolo a loro piacimento e interrompere le tue romanticherie con la scusa di riempirti il bicchiere.
Mamma che fastidio, ma lasciami qui quella bottiglia che le mani le ho anche io.
La signora addetta ai cappotti alla fine ti dà anche i fiammiferi del locale al posto del biglietto da visita come nei film.
Tour Eiffel che se allunghi il braccio puoi dargli una stretta ai bulloni.
Nonostante le porzioni esigue i grassi della cucina francese fanno il loro lavoro e ti saziano.
Due antipasti, un primo, un secondo, una bottiglia di vino mammachebuono, una di acqua e un espresso: 75€  a testa, assolutamente adeguati.
Però prenotate perché a quelli che sono entrati dopo di noi senza réservation gli hanno riso in faccia (con classe).

Per un calice o due mentre si riposano i pensieri consiglio MONSIEUR HENRI (è solo un caso. Non tutti i locali di Parigi si chiamano Signor Locale)


In mescita c’è un buon numero di scelte possibili, dalle 20,30 ci sono i saldi e un calice di vino viene 5€, mentre un calice di champagne viene 7€ e vi assicuro che è oro.

Altro posto carino dove sono andata a bere, anzi dove ci ha portato una ragazza a cui io ho fatto da bere nei miei trascorsi da barista (vedete, voi fate ubriacare la gente e questa vi sarà riconoscente in eterno) è il bar MEDUSA:

Questa ex bevitrice di cocktail fatti con queste mani era lì con il suo ragazzo francese che però parlava l’italiano davvero bene e allora gli ho chiesto se l’aveva già studiato o se è stata proprio la sua ragazza ad insegnarglielo (che per preservarne l’anonimato chiameremo Lucia) e lui mi ha detto che no, che lui l’italiano l’ha imparato ai Due Gobbi.
Comunque la qualità dei cocktail è davvero alta e adesso vi spiego il perché con un breve dialogo.

“Mmm! Buonissimo questo Old fashioned! Che bitter hai usato, barista?”
“Tu prendi un po’ di questo, un po’ di questo, libertè, un po’ di questo, frulli col mixer, egalitè, cuoci per tot, poi lo frulli di nuovo, aggiungi questo, allons enfants, et voilà le jeux sont fait!”

Poi è stato un po’ strano entrare in un locale dove su venti avventori dodici erano abitanti di Ferrara-Pontegradella, tutto per uno strambo caso ma tant’è.

Ultimo posto che vi consiglio per mangiare, ma che è proprio bello che pagheresti il conto anche solo per esser stato seduto per un’ora al loro tavolo, è il BOUILLON RACINE (anche qui niente Monsieur, vedete?)

Il BOUILLON RACINE è stato aperto nel 1906 come mensa gratuita per gli operai e ancora oggi potete mangiarvi la loro zuppa di cipolle e le canard glassato usando le vere posate del millenovecento, comode e maneggevoli come le inamovibili sedie di ferro battuto.
É uno spettacolo.
Prenotate prima. Andateci a pranzo che c’è l’opzione da poveri zuppa+secondo a 17€ bere escluso, che se ci mangiate à la carte dovete firmare la famosa clausola del primogenito.

Bene ragazzi, quel che vi volevo dire ve l’ho detto. Tutto il resto lo tengo segreto per me, però se non doveste trovare chi vi ci accompagna ricordatevi che io ho ancora un bel po’ di ferie da prendermi.
Mi raccomando.
Salut.

 

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9 pensieri su “Parigi val bene tutto.

  1. Chiaretta dopo che me l’hai raccontata con questa passione mi hai fatto voglia di tornarci per la quinta volta. Con te però!

  2. Parli di Parigi e mi hai fatto ridere a crepapelle… Apposto, sono tua! (Se passi da me, trovi post londinesi,ma…si, sono anche io una Paris addicted!)

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