Si, viaggiare.

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Nella mia vita mi è capitato di sovente di dover salire su di un treno.
Diciamo pressapoco cinquemila, se calcoliamo le andate ed i ritorni che sono serviti per diplomarmi e laurearmi.
Non faccio in tempo ad abituarmi all’esistenza di persone capaci di aver superato le tremila parole a dieci minuti alle sette (se ve li volete giocare, vi consiglio la ruota di Torino. C’è?) che sono già li a stupirmi di una nuova categoria di umano.
Quello che sale sul treno per la prima volta o che è come se lo fosse.
Io ho un meccanismo oliato, rodato negli anni ma sempre in corso di perfezionamento, che mi consente di arrivare in stazione e posare il piede sul gradino del treno nell’istante in cui nelle sinapsi del macchinista si viene a trasmettere il messaggio destinato ai suoi motoneuroni “Dai raga, via che si va come i cefali”.
A quel punto, il dito del macchinista preme il pulsante rosso che fa partire il treno (O no? Il treno ha la frizione? No dai, avrà un pulsante) e tu sei già al sicuro. Dalla parte giusta della porta.
Lui è arrivato in stazione in tempo per fare colazione, comprare i giornali e fare il cruciverba di copertina della settimana enigmistica.
Tu con gli occhi fai una rapida scansione del vagone e dopo un secondo hai già inquadrato il tuo target: quattro posti liberi.
Uno per te. Uno per la borsa. Uno per i piedi. E uno perchè è come quando scegli una casa, che se ha una stanza in più è meglio. Può sempre venir buono.
(No, non alludevo ai figli. Pensavo più una cosa tipo “metti che voglia fondare un partito, lì ci metterò il ciclostile” o “Metti che mi compro un cavallo”.)
I quattro posti liberi sono un tempio.
Tu, viaggiatore per un giorno, non devi nemmeno pensarci di provare ad avvicinarmi e con fare affabile domandarmi “Scusi, è libero?”
Tu maledetto profanatore, tu e il tuo ombrello gocciolante, ma dio bono ma non lo vedi che mi stai sgocciolando sulle dispense che mi ha fotocopiato mia mamma in ufficio perché il capo non c’era ma che sennò sarebbero stati quaranta euro!
“Si, prego. Un attimo che sposto le mie cose.”
Muori. Brutto molestatore di osservazioni di campagne al finestrino, cosa diamine stai facendo con quella valigia.
Ha anche la cerniera rotta, non ti sei accorto? Come sei trasandato.
Puoi ingegnarti e mettere quel trolley delle dimensioni di un mobile tv sul portabagagli in un numero di mosse minori o uguali a due? No.
E infatti non ce la fa mai.
Mai.
E decide di piazzare quel trolley, che non è più trolley di quanto non lo possa essere il carrello dell’Ipercoop, tra lui e te.
“Disturba?”
Ma che cazzo di domanda, ma non lo vedi da te? Non vedi che le mie punte dei piedi ora sono costrette a stare in una posizione più arretrata rispetto alle mie ginocchia? Ti pare una posizione confortevole? Ti è forse sfuggito che prima del nostro gioioso incontro i miei piedi erano bellamente posati sul sedile a me innanzi?
Ma io sono cortese fuori e brutta dentro.
“No, no.”
Codardo.

Si fosse seduto nel posto di fianco al mio almeno avremmo potuto sfidarci al duello dei gomiti per ottenere il controllo del bracciolo, e invece il viaggiatore occasionale è un vigliacco, è un pusillanime, ma ancor di più non è avvezzo a tali usi del pendolare.
Ma come tutti sappiamo bene ignorantia legis non excusat, quindi mio caro guastafeste ti sei coperto di disonore e di ridicolo.
Ah ah. Il bracciolo è mio. Che comodo poggiare qui il mio gomito e scaricarvi tutto il peso del corpo. Ah, che muscolatura dorsale rilassata.
Guardati tu, tutto teso, con il cappotto ancora bagnato e gli occhiali appannati, l’ombrello bagnato che ti sta inzuppando la gamba destra. Secondo me hai anche i calzini fradici. Che schifo.
Io qui sarò anche striminzita e ingabbiata dalla tua valigia cosmica ma ho il mio bracciolo. E il mio cappotto si è asciugato tre fermate fa.
Questo di solito è il momento in cui scatta la telefonata. E il nostro malconcio viaggiatore risponde. E parla al volume di uno che sta facendo il check al microfono.
“SI” “DIMMI”
Si, dai, dicci.
Poi estrae dalla borsa la settimana enigmistica.
E adesso, Bartezzaghi, fallo sentire un inetto come solo tu sai fare.

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