Vergine, ascendente divano.

Immagine
Il divano è la casa.
Se non hai un divano non hai una casa.
Un solo pensiero m’ottunde la mente negli ultimi minuti di lavoro. DIVANO.
Mi sta capitando proprio ora quella faccenda che ripeti molte volte una parola e quella parola diventa stranissima e aliena.
Vabbè dicevo, divano.
Uno può avere tutto il sonno degli stanchi del mondo, ma quando arriva a casa prima del letto c’è il pitstop del divano.
Nella mia vita ho avuto l’opportunità di diventare tutt’uno con diverse varietà di questo dono dei mastri artigiani del mobìlio e nel mio cuore resterà per sempre il divano ad angolo della casa vecchia, su cui c’era tutto lo spazio necessario per provare i diversi stili di nuoto ed allenarsi prima della piscina. Era anche blu.
Ci si poteva coricare tranquillamente il gigante di Twin Peaks ed avrebbe avuto ancora spazio a sufficienza per un gatto vicino ai suoi piedi. Che beltà.
Ci stavi tu, il telecomando, i quaderni per i compiti, la vaschetta della mortadella e i grissini, il fratello con i suoi plum cake e i panni stirati da metter via (l’incombenza più noiosa del pianeta Terra).
Ciò nonostante devo ammettere che se penso alla parola divano, nel cervello si materializza l’immagine del divano del nonno Giulio.
Era un confortevole due posti con i cuscini rivestiti di alcantara beige come gli interni dell’Y10, però erano a coste larghe come il dito di un cinquenne e, se ti addormentavi lì sopra, al risveglio avevi un bel volto sfigurato dalle linee e dovevi aspettare una ventina di minuti prima di uscire e presentarti al mondo.
I braccioli poi erano magnifici: due tavolette di legno massello in purezza. Confortevoli come i calzini bagnati a febbraio, ma da vero eroe dei pisolini quale io sono, ci appoggiavo la testa come le geishe.
Come se non bastasse, il suo comfort era ulteriormente incrementato dalla presenza di un’asse di legno messa a dividere i due posti a sedere. Così non ti ci potevi coricare, come sulle panchine dei sindaci della Lega.
Ma io mi ci coricavo eccome.
Collo ben iperesteso ed in tensione grazie alla nuca su legno, schiena spezzata da una trave, ma che passacuori ragazzi.
Il mio divano di adesso mi piace perchè è un tre posti di sufficiente accoglienza nella lunghezza, ma essendo sfondato, quando mi ci sdraio ha quel vago sentore di legno nei lombi che mi riporta al passato.
Il divano possiede poi quella forza ultraterrena di diventare una fortezza circondata da un fossato di alligatori. Impossibile lasciarlo.
Assumo fattezze davvero strambe, subisco metamorfosi trasformandomi in una creatura dalla postura demoniaca, nel tentativo di raggiungere oggetti lontani da me.
Tipo quando mi accorgo che ho dimenticato qualcosa che mi serve sul tavolino.
Ci sono due protocolli da poter seguire in questi casi.
Il primo prevede che mai, mai, per nessuna ragione al mondo, si possa staccare più del 20% del corpo dalla superficie del divano. Comprende la messa in atto di  allungamento degli arti superiori nel vuoto alla spasmodica ricerca di un nuovo punto d’appoggio al fine di non precipitare nel suddetto fossato.
E altresì possibile impugnare un oggetto B che permetta di raggiungere l’obiettivo (l’oggetto A), a patto che l’oggetto B sia ad una distanza raggiungibile sollevando al massimo una spalla.
Mi spiego meglio con un esempio.
Poniamo che io sia coricata e distrattamente abbia lasciato il telefono sull’angolo del tavolino opposto a me, potrei infilare una mano nella fessura posta tra i due cuscini, trovarci un ferro da maglia finito lì chissà come e, a questo punto, muovere il ferro da maglia in modo scomposto al fine di portare il telefono in un punto raggiungibile alla mano.
Il secondo protocollo invece è da considerarsi una procedura di emergenza a cui ricorrere solamente nel caso in cui il primo protocollo sia stato applicato con inefficienza.
Prevede la possibilità di poggiare a terra un piede al fine di poter raggiungere il massimo allungamento corporeo permesso, a patto che una porzione del corpo sia comunque in grado di rimanere in contatto con il divano.
Il divano è ospitale, ti riserva sempre delle sorprese, come ad esempio trovare una zona di briciole per poterci sfregare sopra il piede in caso di prurito incoercibile.
Il divano che magia.
Ma poi chissà perchè si chiama canapè come quelle cose che si mangiano.

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