Ferrara, città delle biciclette.

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Non ve lo so spiegare quanto mi è mancato andare in bicicletta. Ho smesso di usarla quando ho saputo di essere incinta perché a quanto pare Sebi non gradiva le vibrazioni e ad ogni sampietrino rispondeva applicando un elettrostimolatore al mio utero e facendolo contrarre come gli addominali di quelli che nelle televendite intanto guardano la tv.
Oggi finalmente bici tagliandata, fardello d’amore via col padre, sole. Le condizioni c’erano tutte.
E via.
Quanto mi era mancato quel non essere pedone, non essere auto. Sapere solo quel che non si è. Un Balto su due ruote.
Giubbino aperto, sciarpina leggera, Massimo Ranieri in cuffia. Sono in paradiso.
Sapete cosa vi serve per andare in bicicletta? La playlist su Spotify GATTO NEL FOSSO della mia amica Alessandra. Cercatela. Fatela vostra. E che il guardrail sia con voi. Ne avrete bisogno

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Matrioska

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Nove mesi ti ho portato
Sono stata matrioska
Respiravi come un pesce
Ma leggero come mosca

Mi bussavi da lì dentro
Rispondevo col mio canto
Della vita nuovo centro
Non pensavo così tanto

Ci sarà da faticare
Di sicuro avevo torto
Non è facile viaggiare
Col cuore fuori dal corpo

Mamma Fit, tornare umane dopo il parto

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Sono passati ormai più di due mesi da quella notte in cui, al termine di un gustoso travaglio, ho detto alla mia ostetrica: “Ok, basta, senti chiudiamola qui. Io non ce la faccio più, sarà per un’altra volta. Guarda, tutti carinissimi ma io torno a casa. Dai, ci sentiamo presto, ciao”.
O più o meno.
Il padre del fardello d’amore dice che più che altro urlavo sguaiata “BAAAASTAAAAAAAAA” ad ogni contrazione.
Comunque, fatto sta che l’omino che viveva nel mio addome ha ben pensato di farsi una sciarpa con il cordone ombelicale e per cause di forza maggiore son passata dalla bellissima stanza con vasca e con il mare dipinto sulle pareti, alla stanza in cui ti aprono come un pacco la sera della vigilia di Natale ed estraggono l’esserino che hai in grembo.
Com’è, come non è, mi ritrovo a casa con questa miniatura di bambino.
Pancia vuota, cuore pieno, tette pienissime. É arrivato il momento di recuperare una sorta di forma umana e mi iscrivo a una faccenda ferrarese intitolata MAMMAFIT.

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Intanto c’è da dire che questo Mammafit ha il simboletto del marchio registrato perchè per insegnarlo non è che una mattina ti svegli e ti dici “Voglio proprio far dimagrire quelle panzone delle puerpere”, ma devi superare una serie di prove difficilissime tipo la vasca dei coccodrilli e la traversata del deserto con solo una coca zero e un pacchetto di Tuc nello zainetto. Solo allora ne sei degna.
Una volta messa in chiaro la professionalità dell’istruttrice, che da questo momento in poi chiamerò “maestra” come ogni istruttrice della mia vita (maestro di danza, maestra di pallavolo, maestro di nuoto, maestra di pilates, maestro di basso, maestra di mammafit), vi spiego come funziona l’allenamento.

La prima parte, che chiameremo RISVEGLIO MUSCOLARE la si fa al proprio domicilio e si articola nelle seguenti fasi:
-Sveglia con strilli provenienti dal fianco del letto di chi deve necessariamente annunciare ogni scoreggia facendola precedere da un pianto sonoro (e non sto parlando del mio compagno)
-Somministrazione della colazione allo scoreggione (colazione a cm 0 tramite tetta)
-Mettere tazza di latte in microonde; accendere macchina del caffè
-Prelevare dalla branda il fardello d’amore, lavaggio culo, cambio pannolino, lotta a quattro mani per la vestizione (non ricordo dove ma avevo letto che vestire un neonato è come cercare di infilare uno zainetto ad un polpo e mai descrizione fu più adeguata).

E già qua abbiamo bruciato circa 350 Kcal, ma continuiamo.

-Altro giro di microonde al latte che nel frattempo si è raffreddato
-Lavare e vestire se stessi

Molto frequentemente si assiste ad un secondo giro delle operazioni TETTA e CAMBIO PANNOLINO. E indovinate un po’ a scapito di quale altro step, esatto, la vostra colazione.
Sempre più magre, sempre più dritte all’obiettivo.

A questo punto è il momento di sgommare a tutta velocità giù per le scale e i due piani senza ascensore con ovetto a mano faranno fare al vostro metabolismo basale lo scatto di cui avevate tanto bisogno.
Una bella sudata mentre caricate passeggino e borse varie nel baule, e via che si vola a lezione di Mammafit.
E le prime 650 Kcal le abbiamo bruciate.

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Le lezioni di Mammafit si svolgono in questo modo:
-Teoria: riscaldamento con camminata veloce sulle mura spingendo il passeggino
Realtà: piacevole passeggiata a coppie durante la quale si confrontano numero di ore di sonno, numero di scariche fecali dei pargoli, aggiornamento su eventuali offerte di pannolini presenti nei supermercati della zona

-Esercizi di tonificazione che alla prima lezione ti dici “Sì vabbè ma ste cose me le potevo pure fare io gratis sul tappeto del salotto aprendo su YouTube qualche video tipo TORNARE IN FORMA CON JILL COOPER”, e all’ultima lezione prima di affrontarli ti devi legare stretta una fascia in fronte come Sylvester Stallone, perchè sono un crescendo di fatica e di bestemmie.

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La parte che si svolge all’aria aperta sulle mura cittadine desta sempre molta curiosità nei passanti, che non si risparmiano con foto, commenti ed applausi.
Tra i migliori ricordiamo: la vecchina che stava con tutta probabilità andando a funghi che si accoda e ci dà dentro con gli slanci laterali di gamba.
A tutela della privacy nostra e della nostra progenie abbiamo addestrato una mamma (di gemelli peraltro, quindi temprata come l’acciaio inox) a dissuadere gli improvvisati fotoreporter dal fare ulteriori scatti. Vi assicuro che smettono tutti. Subito. E chiedono scusa.

La parte più bella del MammaFit è che porti con te il piccolo fardello d’amore e quindi riesci a fare qualcosa per te stessa senza abbandonarlo e finire dritta dagli Assistenti Sociali. Per intrattenerli ogni tanto si cantano anche delle canzoncine mentre stai tenendo il plank. Tipo ieri abbiamo cantato Whisky il ragnetto e io non mi sono accorta di tutta la fatica dell’esercizio che stavamo facendo perchè ero troppo occupata a calcolare da quanti mesi non mi bevevo un Coca & Jack.

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Ma andiamo, chi voglio prendere in giro, siamo seri.
La parte più bella del Mammafit sono le seconde colazioni e gli aperitivi che facciamo post-lezione.
Che con i tramezzini del bar all’angolo le calorie perse si pareggiano subito.

E si è subito amiche.

La legge della pregnanza.

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E no cari amici, qui non c’entra niente la Gestalt.
Qui c’entrano piuttosto la sintesi di nuovi organi e tessuti o l’espansione di pezzi anatomici già presenti.
Come i più oramai sapranno, ci siamo imbarcati in questo mestiere della gravidanza dopo esser giunti alla conclusione che, per bilanciare questo pianeta di più o meno scimuniti e, diciamolo pure, di stronzi, ci si deve riprodurre anche noi gente a modìno per gettare un seme di speranza sulla Terra.
Non vi starò certo ad ammorbare con dettagli tecnico-sanitari, gettiamoci quindi a capofitto nel meraviglioso mondo dell’evento più ansiogeno e generatore di paranoie esistente al mondo: creare un essere umano all’interno del proprio organismo assistendo impotenti alla propria metamorfosi in megalodonte.

PRIMO MESE: totale incoscienza dello stato gravidico con conseguente sconsiderato stile di vita bevilo bevilo bevilo, corso di fitness su tappeti elastici, europei di bandiera genovese dai raga usate me per fare il missile.

SECONDO MESE: pisci su uno stecchino del magnum che ti dice “Eh sì signora cara, proprio così”. Ciao alcol, ciao crudo di Parma d.o.p., ciao chirashi di salmone. Benvenuta Amuchina, che figata, adesso le verdure sembrano sciacquate nella corsia riservata ai nuotatori. Da questo momento in poi inizia la fase SICURAMENTE ANDRA’ MALE MANCANO TRENTASEI GIORNI ALLA PROSSIMA ECOGRAFIA LE TETTE MI SEMBRANO PIU’ SGONFIE DI IERI PERCHE’ TE NE SI ANDATO NOI TI AVREMMO VOLUTO BENE TI AVREMMO COMPRATO UN BEL CAMION DI PLASTICA COLORATO COL CASSONE RIBALTABILE PER LA SABBIA SE SEI ANCORA LI’ TI PROMETTO CHE TI LASCEREMO SCRIVERE SUI MURI TI PREGO SIICI ANCORA.

Questa fase cessa solamente verso il quarto mese quando inizi a sentire i primi timidi tentativi di gentili bussatine dall’interno. Le prime volte è una specie di gioco che potremmo chiamare “feto o peto?”.
La sensazione diciamo che è quella, solo che poi non succede nulla dal punto di vista della canalizzazione ai gas e puoi con buon margine di sicurezza dire che si trattava di un tiepido calcio di chi ha appena iniziato a metter su qualche fibra muscolare.

Dopo questa fase è tutta una corsa contro la bilancia che magicamente riesce a segnarti anche tre-quattro etti di differenza da un giorno all’altro, e all’aumento ponderale si associa una proporzionale incapacità a raccogliere le cose dal pavimento.

Comune denominatore di tutte le sopracitate fasi: piangere diventa la risposta a tutto. Ma proprio a tutto: multe sull’autobus, penne che cadono, merluzzo in mensa per il terzo giorno consecutivo, posti a sedere in treno esauriti, bollette dell’HERA, nonno per mano a nipote davanti a te sul marciapiede, calzini spaiati, latte scaduto, esame superato, finale di stagione di The Crown, pubblicità del Viakal.
Ormoni quando volete concedermi una tregua, grazie.

Ho imparato:
-a contare in settimane, la matematica in base sette non ha più segreti per me;
-che la gente che ti lascia il posto in autobus è un’invenzione cinematografica. Se ne stanno lì seduti nel posto riservato alle gravide, ti guardano, spostano lo sguardo in basso sulla tua panza, ritornano a fissare le auto nel traffico dal loro finestrino. Ok, non fa niente, tanto non mi andava di sedermi, preferisco stare qui a contrarre tutti i muscoli del mio corpo nel tentativo di contrastare dossi, frenate e brusche ripartenze scoprendo dove si trova oggi il mio baricentro e sentire il rumore della marea montante della linfa che invade prepotente le mie caviglie.
Al mio primo giorno di autobus dopo un glorioso passato da instancabile camminatrice ho preso la multa, il tutto sotto lo sguardo attonito della signora in fianco che per poco non prendeva a borsettate il controllore al grido di DOVREBBE PAGARGLIELO LO STATO L’AUTOBUS! LEI NON PUO’ CAPIRE CHE FATICA E’!
-le voglie esistono. Ho sempre fortemente dubitato di questo, ma devo ammettere che nei primi mesi a fianco alla voglia di mango mi ha accompagnato sempre un forte desiderio di giocare a solitario con le carte da briscola;
-niente scoccia ad un anziano quanto cederti il suo turno in coda per un prelievo. E infatti mica te lo cedono. “La signora sta benissimo!”, dicono. E se lo dice lui, buona camicia a tutti;
-i futuri nonni quando ricevono la lieta novella devono subire una sorta di lobectomia frontale credo, perché si verificano interessanti cambi di personalità.

Migliorie che propongo allo Stato Italiano, Mattarella ascolta bene:
-corsie preferenziali TAXI/BUS utilizzabili anche dai portapizze che devono consegnare alle gestanti;
-possibilità di telelavoro almeno tre giorni/settimana per le gravide pendolari.
Prendere il treno tutti i giorni alle 6.50 dopo aver vinto contro il sonno di cento uomini e aver avuto il consueto risveglio con vomitata alla Monty-Pyton, il dover lottare per conquistarsi un posto a sedere, e il riuscire a sopravvivere agli odori dei viaggiatori dotate dell’olfatto utile solo a Grasse, non è nulla in confronto agli sguardi pieni di disprezzo e di SERT di chi ti sorprende a vomitare piegata sui binari oltrepassando la linea gialla.
Però veloce che sei già in ritardo per l’ambulatorio, sù! Scattare! Avanti…marsch!
-pausa pranzo tassativa alla mezza. Me ne fotte veramente pochissimo del sovraccarico biomeccanico della vostra spalla se sono digiuna da sei ore. Sento solo un ronzìo di sottofondo. Forti e chiari sono invece i calci dell’inquilino diretti al mio costato. Fanno capire che “Il pranzo è servito” di Corrado, pace all’anima sua, non lo trasmettevano a quell’ora per caso;

Un grande traguardo però l’ho raggiunto: nelle notizie sponsorizzate di Facebook adesso non mi esce più quella cosa del “CONGELA I TUOI OVULI”.

Balinesi brava gente

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Ho lasciato sedimentare, ho aspettato che scemasse l’entusiasmo, ho provato a far decantare l’adrenalina, ma no, come diceva Raf, non passa.
Bali è l’isola degli dei ma gli dei non sono quelli con la proboscide o con le quattro braccia. Gli dei sono i balinesi, dei sagittari per metà uomini e per metà motorini. Iniziano a guidarlo a sei anni, sigaretta in bocca, tuta dei Digimon, e via a sgasare nel traffico. Poi crescono e ci caricano tutta la famiglia. Quello seduto davanti ha tre anni ed il casco. Casco da adulto, ma l’ha preso in crescere così gli sta anche l’anno prossimo. Quello più piccolo è proprio piccolo. Ed è per questo che tra le macchine ed un autobus tutto sgangherato la mamma inizia ad allattarlo. Sullo scooter. All’incrocio. Sulla curva.
Tra una carreggiata e l’altra della statale le mucche pascolano sulle strettissime aiuole spartitraffico. I fiori di frangipane piovono un po’ dappertutto. Il loro profumo sovrasta ogni cosa.
Ora, mettiamolo in chiaro, io sono fermamente convinta che esistano anche balinesi stronzi, balinesi che non vedono l’ora di incularti il parcheggio da sotto il naso facendo scendere la moglie fuori dall’auto che corre a posizionarsi nell’area di sosta ma che cazzo stai facendo maledetta pedonessa non puoi occupare un parcheggio a piedi ti ho detto che non puoi sei completamente cretina? Non hai le ruote, scansati.Probabilmente esisteranno. Però io in due settimane non ne ho visti. Zero. Nichts. Tidak ada.

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Ho visto però i ragazzi e le ragazze del villaggio darsi appuntamento la domenica mattina, quando le scuole sono chiuse, per fare tutti insieme attività utili alla comunità. Sfalciavano i prati a mano, si arrampicavano sulle palme armati di machete, raccoglievano i rifiuti che sono così bravi a seminare dappertutto.
Davanti alle porte del villaggio c’era persino il tabellone delle attività:
ORE 9: ci si trova tutti qui che questa famiglia deve fare il funerale al nonno e quindi ci sono da preparare tutte le bazze.
ORE 12: pranzo tutti insieme. Ognuno porti qualcosa.
ORE 14: dai che si riparte con i lavori
ORE 18: Bintang al tramonto tutti insieme

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Una rete sociale che è meglio del telone dei pompieri. Qualunque cosa ti accada tutta la gente del tuo villaggio è lì per te. Non hai da mangiare? Tieni, io ti do il riso, poi bussa di là che ti danno le zucchine e due porte dopo ti porti a casa una gallina. 

Prodigiosi cesellatori di legno, instancabili burdigatori e raffazzoni. Gli dai tre foglie di palma e una canna di bambù e ti fanno un baldacchino che Calatrava spostati.

Amanti e profondi conoscitori della cultura enogastronomica italiana, quando sono stanchi di Nasi Goreng si dilettano in piatti mediterranei come i rinomati spaghetti al pomodoro di bufala o la pizza margarita che se mangi, non guidi. È peró quando padroneggi davvero una ricetta che crei, è allora che ti spingi oltre i confini del prevedibile ed ecco la pizza speciale frutti di mare, pollo, salame, peperoni verdi e arachidi.

Bali peró è anche l’isola degli dei, dove gli dei sono proprio gli dei. Ogni casa, un tempio. Tutta la loro vita è scandita da cerimonie e rituali quotidiani. Tre parole che il nostro amico Nyoman ci ha ripetuto allo sfinimento: ceremony, offering, protection.
Dalla mattina alla sera le donne sono indaffaratissime nel preparare le offerte. Le offerte sono vassoi fatti di foglie di banano che possono andare dalle dimensioni di un francobollo a quelle di un gong su cui vengono posati fiori colorati, riso e altre amenità come: mentos incartate singolarmente, cracker Ritz, perline, maialini arrosto, incenso, bottoni. I loro dei hanno gusti veramente variegati. Sul serio. Oltre l’immaginabile.

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E scolpiscono, intagliano, dipingono e forgiano svastiche. Svastiche dappertutto. Fa una certa impressione.
I balinesi sono gentili oltre l’immaginabile, livello: “Sì, ok, ma se io sono felice e tu non sei felice, allora neanche io sono felice”.
Sì, certo caro Nyoman. Proprio come in occidente. Senti, sai una cosa? Non ci venire in Europa. Mai. Resta così. Non lo scoprire quanto siamo inetti e incasellati ognuno nel proprio appartamento. Noi che oramai ci fa strano anche la vicina che viene a chiederci un pugno di farina.
Non ci venire.
Torniamo noi il prossimo anno.

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STRANE FACCENDE BALINESI:
I balinesi hanno solo quattro nomi. Il primogenito si deve chiamare Wayan, il secondo   Made, il terzo Nyoman e il quarto Ketut. Se i figli sono più di quattro i nomi si ripetono nello stesso ordine.
Che qui ci sono da preparare le offerte. Non c’è mica tempo da perdere con queste facezie.

I bambini possono appoggiare i piedi per terra solo a partire dal 105esimo giorno di vita.

Quando nasce un bambino la placenta viene seppellita nel giardino di casa e per tutta la vita gli porterai offerte.
Loro ringraziano tutto. Tutti. Tuttissimo. Vuoi non ringraziare quell’arnese che ti ha passato da mangiare per tutti i nove mesi?

Anche le donne e gli uomini balinesi, hanno una vita piena di impegni (anche se loro otto ore al giorno le fanno solo nei tre mesi di alta stagione, il resto dell’anno lavorano tre ore al giorno perchè non sono deficienti come noi), ma dato che a fare le offerte non puoi proprio rinunciare, al mercato trovi vassoietti di offerte preconfezionate da terzi, pronte da appoggiare al tempio, nel tempietto del giardino di casa, dalla tomba della tua placenta, o semplicemente per strada o sui marciapiedi. Dei quattro salti in padella indu praticamente.
Le strade sono un carnaio di offerte che vengono calpestate, investite, mangiate dai cani, ma loro dicono che appena le appoggi dio si prende immediatamente quello di cui ha bisogno e che quindi poi se le mangi pure il cane.

Tutti i bambini balinesi al pomeriggio, finita la scuola, vanno o in risaia ad aiutare i genitori, o nelle stalle a badare alle bestie. E nel tempo libero costruiscono aquiloni meravigliosi che volano fin quasi nello spazio.

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Se non reggete l’alcol non ordinate un Arak Attack! Ripeto. Mai ordinare un Arak Attack senza un’adeguata preparazione atletica.

Un balinese guadagna in media 8€ al mese. Lasciategli le mance. Lasciategliene tante.
Io lo vedevo il loro sguardo. Era lo stesso sguardo che avevo io quando in bar passavano i russi e mi smollavano in una sera quello che di solito guadagnavo in due settimane.

 

 

 

 

 

 

 

I vecchi e il mare (semicit.)

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Una sola è la vacanza che ti rilassa, che ti rimette a nuovo, che ti libera il cervello e ti rigenera: la giornata alla spiaggia della terza età.
Lascio a voi il free WI-FI, il Mojito al passion fruit, gli ombrelloni di paglia, gli ambulanti di bastone per selfie e l’apericena sushi e Campari.
Io metto Luca Carboni e parto fiera con lo smalto sbeccato sull’alluce, la ceretta scaduta da almeno sette giorni, i capelli legati alla miseria e disperazione, il telo mare l’ho scordato ma c’è quel bel lenzuolo di fustagno a fiorellini nel baule della macchina, il pranzo seduti in riva al mare dove siamo gli unici due che non tirano la pensione, il litro di sguazzone.
Ti guardi attorno e li stacchi tutti di almeno quarant’anni.
Va’ che belle gambe che ho.
Un po’ di peli oggi, ma ok.
Vai a fare il bagno spavaldissima, signora lasci che le dia una mano a piantare l’ombrellone, lei invece laggiù, sì dico a lei, si metta qualcosa in testa immediatamente.
Questi si buttano in acqua dopo fritto misto e bianco della casa, questi hanno visto la guerra, tre ore le aspetterai poi te per fare il bagno, io magari tra tre ore sono morto.
Ti metti a prendere il sole e quando hai finito di distribuire consonanti a caso per finire il cruciverba partono le qualificazioni per i regionali di bocce.
Le mogli col kaftano e il gioiello d’ambra, un po’ spiegazzate, colore dei mocassini del marito che legge Camilleri. Guarda, c’è Marta Marzotto, ah, no.
Che bellezza, che felicità.
Oggi sono tornata a lavorare con il 98% di batteria. Come il telefono nei giorni in cui hai finito i giga.
Effetto collaterale, uno, c’è: oggi ho voglia di andare a ballare Gigi Dag.

 

 

La frizione ed altri acerrimi nemici.


C’è un metodo infallibile per distinguere i guidatori svampiti, colposi di cappelle stradali niente male, dai guidatori intenzionalmente stronzi, per i quali l’unica differenza tra GTA e mondo reale è che quando circolano nel mondo reale allacciano la cintura di sicurezza giusto perchè il plìn di ammonimento non li faccia uscire di senno.

Un primo semplice modo per distinguerli è che se il guidatore sono io ci si trova senza margine di errore nella prima categoria, individui patentati che si contraddistinguono per partenze in terza alle rotonde a cui fanno seguito concerti polifonici di clacson. Voglio dirvi subito che così non aiutate affatto a ristabilire una circolazione scorrevole. Non innescherete nessun riflesso di accelerazione.

Se mi suonate il clacson attraverso tre fasi:

-spavento

-senso di colpa

-perdita di coordinazione motoria

La mia autovettura di conseguenza si spegnerà  e riusciró a riaccenderla almeno al secondo tentativo, quindi il vostro intento di spronarmi e di frustarmi come una pigra mucca che resta indietro nella mandria sortisce invece l’unico effetto di mortificarmi, far salire vertiginosamente l’ansia da prestazione e innescare una cascata di errori stradali.

Un secondo modo immediato per fare un bel distinguo è quello di incrociare lo sguardo dell’autista in questione. A fronte di uno svampito che avrà lo sguardo colpevole che implora il vostro perdono associato a braccio proteso e mano che sembra volervi lanciare una palla di fuoco ma che invece no sta solo lì a significare “guarda lo so, scusa, l’ho capito l’errore, cercheró di migliorare, ti prego non andarlo a dire all’autoscuola”, avremo uno stronzo autentico che invece fingerà che tutto sia a posto, sguardo fisso davanti a sè, concentrato come se stesse facendo un complesso calcolo a mente del margine di profitto delle sue azioni nell’ultimo trimestre, cosa che con tutta probabilità sta realmente accadendo.

Un terzo metodo con un margine di errore più elevato rispetto ai precedenti è quello di limitarsi ad una superficiale osservazione dell’autovettura: lo svampito di solito lo si trova alla guida di auto compatte, con un alto coefficiente di parcheggiabilità, auto che hanno visto sei volte in tutto le spazzole dell’autolavaggio (e tutte e sei le volte a causa dell’intervento di terzi), spesso corredate da ammaccature per i casi più disperati. Lo stronzo guida invece di sovente automobili che si chiamano con combinazioni di numeri e lettere, automobili lucidate con un panno morbido ogni sera prima di essere messe a letto, automobili di dimensioni prossime a quelle del bidone sfalci e verde, con coefficiente di parcheggiabilità “trasporto eccezionale”.

Imparate a distinguere pertanto, perchè io sulle strisce pedonali faccio passare anche gatti, sportine e sportine scambiate per gatti. Se non vi do la precedenza è perchè siete cosplay dei bidoni dell’Humana o infrattati nel cespuglio di pungitopo a bordo strada. Se non parto al semaforo è perchè c’è il sole che mi illumina tutti e tre i colori e sto cercando di decidere se brilla di più il rosso o il verde, o al più perchè sto cantando con trasporto una canzone. Se metto la freccia per cambiare corsia al semaforo non è per scavallare la coda, è perchè è la seconda volta che faccio il giro dell’isolato ma ho di nuovo sbagliato corsia e in tutta sincerità non credo che un terzo giro mi darà una qualche garanzia di imbocco corretto.

Il clacson non è una punizione, non è un teaser sonoro, non serve a nessuno, non velocizzerà le cose, non mi toglierà la patente e non mi insegnerà nulla. Siate gentili, usatelo solo per salutare o al massimo per dire “Ehi sei sulla mia corsia, potresti magari metterti nel culo il telefono e guardare dritto davanti a te così non ci ammazziamo?”.

Parigi val bene tutto.

Tornata da Parigi il tempo di due turni di guardia, metabolizzato il fatto che no, non ci vivo e che posso smetterla di farfugliare “Oui, oui, oui” e “Merci, merci, merci” a destra e a gauche, decido di usare questa oziosa serata da divano e coperta per farvi dono del mio itinerario parigino perché si possa finalmente dire insieme basta basta basta con “e sì però Berlino” e “come Londra, dai Camden” e qualsiasi altra città del nostro bel pianeta perché nulla, mai nulla, potrà eguagliare le possibilità artistico-cultural-giramondo parigine.
Mai.
Jamais.
Se non ne convenite, ne converrete.
Se non ne converrete, tornatevene pure a comprare i cucchiaini della regina Elisabetta.

Premetto che l’itinerario seguente tiene per forza di cose conto del veto da me imposto sul grantour dei musei perché per me sarebbe stata la terza volta e occhei che c’è sempre da imparare ma io volevo sfondarmi di éclair seduta su di una panchina.
Concesso il Musée d’Orsay perché sì.

Prima di tutto un necessario resumé della storia di Parigi.
Parigi viene fondata circa 300 anni prima che nascesse Gesù su quella isoletta a losanga al centro della Senna, l’Île-de-la-cité, da quelli che si vedono in Asterix&Obelix, che si scannano con quegli altri di Giulio Cesare.
Poi si passa per tutte quelle dinastie in rima: Merovingi, Carolingi, Capetingi.
Poi arriva la peste.
Poi arriva la guerra dei 100 anni.
Poi i mercanti e i contadini dicono basta, barricades! E si ribellano al delfino Carlo V.
Poi Carlo V, che colpo di scena: non sa nuotare, dice state calmini! Li ammazza tutti e si gode poi il meritato riposo nel palazzo del Louvre.
Poi bruciano Giovanna d’Arco che diceva no gli inglesi no.
Poi ad un certo punto iniziano i Luigi.
Luigi XIII e Luigi XIV, quelli con i cardinali appollaiati sulla spalla, non ve li spiego perché Lady Oscar l’abbiamo visto tutti e se non l’avete visto vi mancano le basi, ci vediamo al prossimo appello.
Poi arriva Luigi XV che è quello che i francesi chiamano “les incompetents” che dice raga torniamo a Versailles che qui tira una brutta aria.
Arrivano dunque quei ganzi degli Illuministi, che quando si incontrano per strada anzichè BOMBER o BÉL si chiamano CITOYEN (che è un attimo più fine). Questi si mettono a scrivere l’enciclopedia e gliene cantano quattro a quei chiesaroli, mica come noi italiani baciapile.
Arriva quindi la rivoluzione francese che all’inizio è una gran ficata. Barricate dappertutto, chiese sconsacrate, statue della Madonna sostituite da busti di cantanti ma non di Madonna, dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, trattato sui diritti delle donne, tutto molto bello.
Ai Girondini si sostituiscono presto quei grillini dei Giacobini che esagerano e mandano tutto in vacca, teste che rotolano come monetine cadute dalla tasca dei jeans.
Voilà il terrore, signori!
Ci pensa Napoleone Bonaparte, tre o quattro cannonate e rimette tutti in riga, si lascia però presto sfuggire la mano e si autoproclama imperatore e inizia a giocare a Risiko, che per carità quando piove è un bel passatempo, basta farlo in ludoteca.
Se i Radiohead ci dicono che 2+2=5 ci può stare anche che a Napoleone I succeda Napoleone III, con un inframezzo di seconda repubblica.
Questo qui, consigliato dal Barone Haussmann, delicato urbanista, decide che le vie a Parigi son troppo strette, che così si diffondono troppo bene le epidemie perché lavarsi le mani era ancora considerata una perdita di tempo, ma che soprattutto era scomodo passare per quelle strettoie con i cannoni, mentre tirar su barricate invece era un gioco da ragazzi e ai parigini questo piaceva un casino.
Se tu chiedi a un parigino se preferisce infilarsi una baguette sotto all’ascella o tirar su una barricata questo ti risponde 100% la seconda, quindi il dinamico duo rade al suolo più o meno tutta Parigi e fanno quei bei vialoni larghi, ariosi, dove poi così possono aprire Gucci e Louis-Vuitton.
Sopraggiunge la terza repubblica, i francesi sono alla fame. Si mangiano persino gli animali dello zoo del Jardin des Plantes.
I capi decidono che in cambio di una tregua regalano ai prussiani l’Alsazia e la Lorena.
I parigini si incazzano record perchè va bene tutto, ma l’Alsazia e la Lorena no cazzo.
Fanno la Comune di Parigi. Chi ha la grana scappa di nuovo a Versailles.
I comunardi armano tutti quanti, dalla prozia Charlotte che munge le mucche a suo secondo nipote che ha cinque anni e mezzo ma ha imparato a leggere da solo, provano anche a dire ai soldati che arrivano da Versailles per riprendersi la città che sono dei poveracci come loro, di passare dall’altra parte delle barricate come antesignani della réclame dell’olio Cuore, che sarebbero stati felici di dividere con loro l’ultimo filetto di giraffa che era rimasto nel freezer, ma questi niente, iniziano ad ammazzare tutti quelli che incontrano fino a quando la Senna sembra il tombino di scolo del macellaio.Arrivano poi le due guerre mondiali, la repubblica di Vichy e quella collaborazionista di Coco Chanel e insomma, facciamola breve e finiamola qua.

Ora possiamo procedere con il fotoracconto.

Il mio posto preferito assolutamente è con il naso all’insù a guardare la facciata di Notre-Dame.
Racconta una storia lunghissima.
É una specie di fumetto dell’antico testamento ma se ti informi un attimo trovi molto da leggere su tutti i simboli e gli spiegoni che vi hanno nascosto gli alchimisti parigini che si trovavano mica per caso davanti a Notre-Dame una volta a settimana. Diciamo che era il loro Power Point prima che inventassero il Power Point.
Di Notre-Dame non ho fatto manco una foto perchè ero troppo presa dall’inscenare una lunghissima commedia su tutto lo spiegabile della facciata a Bondi che mi è parso sinceramente entusiasta o forse si è trattato di un caso di vasi comunicanti di entusiasmo, non saprei dire con certezza. Dovete un po’ calarvi nella parte, fate finta di essere uno dei cittadini parigini a cui Victor Hugo andava a chiedere di firmare la petizione per la sua ristrutturazione.
“Victor ha appena creato una petizione su Change.org: firma anche tu.”

Il mio secondo posto preferito è il Panthéon. Là, sulla collinetta di Sainte Genèvieve, immerso nel quartiere latino.

Il Panthéon ha una bellissima storia di metti e togli, di monta e smonta, di consacra e sconsacra.
L’ha fatto costruire Luigi XV per ringraziare Sainte Genèvieve, patrona di Parigi, per averlo guarito perchè anche lui era del club acqua e limone al mattino.
La sua costruzione viene ultimata giusto in tempo per la Rivoluzione del 1789, momento non esattamente propizio per le chiese tant’è che viene immediatamente sconsacrato e destinato a mausoleo de les grand hommes.
Poi lo riconsacrano.
Poi lo risconsacrano.
Poi di nuovo chiesa.
Poi ti ho detto di no, cava quella croce, anzi, taglia i bracci laterali che gli issiamo la bandiera rossa della Comune.
Rimetti la croce, però falla di pietra e alta quattro metri così il cazzo che la rilevano.
Infatti la lasciano lì, anche se alla fine resta la destinazione mausoleo sconsacrato.
Da visitare perchè:
– nella sua cripta grande quanto un aeroporto ci abitano Rousseau, Voltaire, Marie e Pierre Curie incamiciati nel piombo, Victor Hugo, Dumas padre, e tanti altri. Ci sono peraltro ancora stanze libere, don’t stop believing.
– come vedete dalla mia foto qui sopra ad una delle cupole è appeso il pendolo di Foucault, quello vero, e così puoi sospirare davanti a tutti quegli instagrammabilissimi marmi perchè tu della velocità angolare non ci hai veramente mai capito un cazzo.

Già che siete nel quartiere latino compratevi una Lonely Planet e fatevi il gran tour degli appartamenti da pezzenti di tutti i grandi scrittori, americani e non, del Novecento.
Qui, al contrario dell’ultraproibizionista America, potevi fare un po’ quel che ti pareva e il vino te lo tiravano dietro. Così si sono trasferiti da queste parti gente come Joyce, George Orwell, Hemingway, Kerouac, Ginsberg e bla bla bla, cercate pure il vostro preferito che tanto vedrete che di qua c’è passato di sicuro.

 

Poco distante da lì, sempre sulla rive gauche della Senna, andate a farvi un giro all’Institute du mond arabe, perché i suoi finestroni dotati di questi pizzi di fotocellule che regolano la quantità di luce da far entrare nell’edificio sono una cosa sbalorditiva.
Progettato da Jean Nouvel, vanta alcuni valori aggiunti:
– mostre temporanee e permanenti meritevoli di una visita
– ascensore che ti porta sul terrazzo da cui hai una buona vista panoramica anche se non a 360 gradi, di quei gradi sufficienti per permettere la visione del retro di Notre-Dame e della statua di Sainte Genèvieve (che sarebbe quella specie di razzo li sul ponte nella foto in basso a destra).

Vigne di Montmartre.jpg
Vi dico l’ultima cosa culturale, il resto sbattetevi un po’ anche voi o non mi sembra corretto.
Montmartre.
Fondamentalmente è una mezza schifezza se la si affronta passando per Place du Tertre dove troviamo in loco esclusivamente una mandria di finti ritrattisti/caricaturisti da cartellone di laurea che tampinano i turisti asfissiandoli.
Se però ti fai le vie meno battute, dove non ti propinano una Tour Eiffel in veste di orologio-portacartaigienica-apribottiglie-cartolina-calamita-cottonfioc, è ancora una meraviglia.
Scarpe basse, polpacci caldi e via andare.
Salite, discese, gradini, gradini, salite, gradini, pausa limoni, panchine, gradini.
Scorci suggestivi (questo l’ho copiato per darmi un tono) sui tetti di Parigi.
Fatevi Rue St. Rustique (occhio che è borderline con l’inferno dei turisti) che è la via più vecchia di Montmartre, Rue des Saules fino a “Au lapin Agile” <– cercate su Wikipedia che qui il tempo stringe.
Andate a cercarvi gli ultimi mulini a vento superstiti dove ad una pala hanno crocefisso anche un soldato russo nel 1814 perchè col cazzo che glielo porti via un mulino ai francesi.
Andate a cercarvi anche quel che resta del millenario vigneto di Montmartre, sembra di guardare dal buco della serratura in una faccenda parallela.
(“Qui una volta era tutta campagna!” <– leggere con la voce di vostro nonno).
La foto della basilica del Sacre-Coeur, quella bella meringona sul cucuzzolo del colle che è stata costruita per chiedere scusa a dio per la Comune di Parigi, non ve la metto perché compaio in atteggiamenti limonanti, e giustamente me ne vergogno.
Poco distante potete andare a vedere anche il muro dei TI AMO scritti in trecento lingue diverse fatto da un tizio che a quanto pare la Manpower non lo chiamava mai e allora si è impezzato così.
É abbastanza brutto, però ora che vi ci ho portati con l’inganno potete andare a visitare la chiesa di Saint-Jean che è lì a due metri che Anatole de Baudot ha detto “Scommettiamo che ti glorifico dio anche usando mattoni e cemento armato?”

Adesso che siete pieni di spunti per i vostri neuroni vi dico anche alcune faccende enogastronomiche. Allora, la prima sera ho portato Bondi a cena qui, da MONSIEUR BLEU:

Tenendo conto di un moroso apprendista chef da impressionare nella speranza che si mettesse ad implorarmi in ginocchio di trasferirci qui fino alla fine dei nostri giorni per poter esser seppelliti nel Panthéon, o alla peggio nel cimitero del Pére-Lachaise, ho prenotato in questo snobbissimo ristorante che si trova sul retro del Palais de Tokyo, museo di arte contemporanea.
La sera tutto molto acceso e sfavillante, torre Eiffel compresa per la gioia del turista che è in noi.
Locale dai camerieri molto gentili ma con la celebre spocchietta.
Tutti elegantini con papillon e bretelle ti servono con nonchalance un piatto di ravioli contenente numero tre ravioli e ti sequestrano la bottiglia di vino così possono tornare al tavolo a loro piacimento e interrompere le tue romanticherie con la scusa di riempirti il bicchiere.
Mamma che fastidio, ma lasciami qui quella bottiglia che le mani le ho anche io.
La signora addetta ai cappotti alla fine ti dà anche i fiammiferi del locale al posto del biglietto da visita come nei film.
Tour Eiffel che se allunghi il braccio puoi dargli una stretta ai bulloni.
Nonostante le porzioni esigue i grassi della cucina francese fanno il loro lavoro e ti saziano.
Due antipasti, un primo, un secondo, una bottiglia di vino mammachebuono, una di acqua e un espresso: 75€  a testa, assolutamente adeguati.
Però prenotate perché a quelli che sono entrati dopo di noi senza réservation gli hanno riso in faccia (con classe).

Per un calice o due mentre si riposano i pensieri consiglio MONSIEUR HENRI (è solo un caso. Non tutti i locali di Parigi si chiamano Signor Locale)


In mescita c’è un buon numero di scelte possibili, dalle 20,30 ci sono i saldi e un calice di vino viene 5€, mentre un calice di champagne viene 7€ e vi assicuro che è oro.

Altro posto carino dove sono andata a bere, anzi dove ci ha portato una ragazza a cui io ho fatto da bere nei miei trascorsi da barista (vedete, voi fate ubriacare la gente e questa vi sarà riconoscente in eterno) è il bar MEDUSA:

Questa ex bevitrice di cocktail fatti con queste mani era lì con il suo ragazzo francese che però parlava l’italiano davvero bene e allora gli ho chiesto se l’aveva già studiato o se è stata proprio la sua ragazza ad insegnarglielo (che per preservarne l’anonimato chiameremo Lucia) e lui mi ha detto che no, che lui l’italiano l’ha imparato ai Due Gobbi.
Comunque la qualità dei cocktail è davvero alta e adesso vi spiego il perché con un breve dialogo.

“Mmm! Buonissimo questo Old fashioned! Che bitter hai usato, barista?”
“Tu prendi un po’ di questo, un po’ di questo, libertè, un po’ di questo, frulli col mixer, egalitè, cuoci per tot, poi lo frulli di nuovo, aggiungi questo, allons enfants, et voilà le jeux sont fait!”

Poi è stato un po’ strano entrare in un locale dove su venti avventori dodici erano abitanti di Ferrara-Pontegradella, tutto per uno strambo caso ma tant’è.

Ultimo posto che vi consiglio per mangiare, ma che è proprio bello che pagheresti il conto anche solo per esser stato seduto per un’ora al loro tavolo, è il BOUILLON RACINE (anche qui niente Monsieur, vedete?)

Il BOUILLON RACINE è stato aperto nel 1906 come mensa gratuita per gli operai e ancora oggi potete mangiarvi la loro zuppa di cipolle e le canard glassato usando le vere posate del millenovecento, comode e maneggevoli come le inamovibili sedie di ferro battuto.
É uno spettacolo.
Prenotate prima. Andateci a pranzo che c’è l’opzione da poveri zuppa+secondo a 17€ bere escluso, che se ci mangiate à la carte dovete firmare la famosa clausola del primogenito.

Bene ragazzi, quel che vi volevo dire ve l’ho detto. Tutto il resto lo tengo segreto per me, però se non doveste trovare chi vi ci accompagna ricordatevi che io ho ancora un bel po’ di ferie da prendermi.
Mi raccomando.
Salut.

 

In cucina con Chiavoli.

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Un’idea last minute per il vostro pranzo di oggi, garantisce Chiavoli.

COZZE BUONISSIME SU FONDINO ABBASTANZA TRASPARENTE CON PEZZETTINI DI PREZZEMOLO

Tempo: 4 ore
(3h e 40 min. per domare e pulire le cozze; 20 min cottura)

Ingredienti:
-1 kg di cozze (le trovate confezionate in una retìna di plastica identica a quella dei palloni Supertele)

Preparazione:

Aprite con le forbici la retìna vicino al lavello e munitevi di una considerevole quantità di pagliette, quelle per grattar via il bruciato dalle pentole, nemesi dell’antiaderente.
Io ne ho usate sei.
Prendete una cozza alla volta e sottoponetela ad un energico scrub, pulendola ben bene.
Tenete presente che le cozze nel momento in cui le pulite sono ancora presumibilmente vive. Bondi infatti mi ha spiegato che al loro interno conservano una quota di acqua di mare sufficiente per continuare la loro respirazione subacquea per tutto il tempo che restano nel banco frigo del pescivendolo, infatti quando sono rimasta da sola con loro mi è parso di sentire qualcosa muoversi e ho fatto loro anche delle domande tipo “So che non potete parlare, un colpo se siete di Portogaribaldi, due colpi se vi hanno pescate nell’Oceano Indiano” e “Epatite A? Un colpo no, due colpi sì.”
Comunque.
Le cozze da vedersi fanno abbastanza impressione a causa di alcune loro peculiarità come:
-vulcanetti di calcare sulla loro superficie in cui abitano cose molli
-serpentelli di calcare sulla loro superficie abitati da cose molli, gelatinose, vermiformi, striscianti, rossicce

Queste nefandezze bisogna pur eliminarle prima di sottoporre le nostre conchiglissime alla cottura, sennò per me le bestioline che vivono in quei cosi lì quando sentono il caldo escono a vedere cosa diamine sta succedendo e noi non vogliamo che questo accada né ora né mai.
Per questo motivo vi consiglio di usare acqua fredda durante le operazioni di pulizia. In primis questo vi terrà al sicuro da temibili attacchi dei vermetti rossi, e in seconda battuta eviterà che le cozze ancora viventi sentendo un bel tiepidino si illudano di una precoce fine dell’inverno ed escano dal letargo aprendo le loro valve di scatto causandovi terribili spaventi.
Ma questa è chiaramente una mia idea.
Siete liberi di rischiare.

Per quanto riguarda la tecnica di rimozione di serpentelli e vulcanetti di calcare abitati vi consiglio di sciabolarli via con un colpo ben assestato, anche se secondo la mia opinione una spruzzata di Viakal potrebbe essere un valido supporto all’operazione sia facilitandone il distaccamento, sia svolgendo un’azione vermicida, ma Bondi mi ha detto NO NO NO.
Ho quindi impugnato saldamente un coltello e via, un movimento di avambraccio deciso, e sciabolate via tutta quella roba lì.
A me ha aiutato molto immaginare di essere un russo alla sua festa di compleanno con una bottiglia di Crystal.
Occhio ragazzi che una volta staccate quelle schifezze lì, gli abitanti gelatinosi di cui parlavamo prima sono liberi di uscire indisturbati e per questo la cosa migliore da fare arrivati a questo punto è retrarre prontamente le mani lasciando cadere la cozza nell’acqua – mi raccomando, fredda – con cui avrete precedentemente riempito la vasca del lavello.
Se avrete seguito passo passo le istruzioni fino a qui a questo punto le vostre cozze dovrebbero essere minaccia-free.

Riacciuffate quindi la cozza ormai sfitta ed andiamo avanti.
Aiutandovi con la lama di un coltello dovete strappare quel ciuffetto verdastro erbaceo che esce di lato dalla cozza. Tirate forte come fosse una linguetta easy-pill delle scatolette di tonno ed è fatta.
Anche qui potrebbero in realtà esserci degli inconvenienti. Nelle cozze di maggiori dimensioni effettivamente queste erbe formano un cordoncino abbastanza lunghetto che potrebbe indurvi a pensare aiuto un verme di mare vuole farmi del male e di conseguenza farvi correre per la cucina sbattendo contro ante e spigoli come una cimice impazzita.
Bisogna assolutamente fare un respiro profondo e mantenere la calma.
Siete suppergiù una sessantina di chili più di lei e per di più state impugnando un coltello affilato. Non temete. Le cozze possono sembrare creature molto aggressive e minacciose ma ricordate che al contrario di quanto suggerisce il loro aspetto sono piuttosto pacifiche e difficilmente vi attaccheranno se sarete scaltri e seguirete i miei consigli, proprio per questo vengono infatti conosciute anche con il nome di “mitili”, un omaggio al loro carattere mite senz’ombra di dubbio.
Nel caso si presentasse la rara eventualità di un attacco e doveste rimanere feriti adottate un atteggiamento del tipo “wait and see” in quanto non credo siano stati condotti studi adeguati su di un possibile veleno inoculato con il morso di cozza.
Ma vi assicuro che stiamo parlando di un’eventualità davvero molto rara.

ble(Nella foto vediamo chiaramente la cozza con i serpenti di calcare da sciabolare, la linguetta da tirare e le erbe tutt’attorno.)

Sbrigati tutte questi passaggi non vi rimane che scartavetrare per bene la cozza con le pagliette su tutta la superficie fino a quando le valve saranno belle lucide e lisce come un paio di scarpe di vernice.

Una volta pulite tutte le cozze presenti nella retina consegnatele fiere al vostro partner che  dopo una ventina di minuti ve le mette in tavola su un piatto contenente un dito di brodino trasparente con chiare note di aglio e limone e evidenti tracce di prezzemolo, da cui il nome della ricetta.
Servire caldo e accompagnare con crostini di pane.

Buon appetito!
cozze                                                                          Nella foto: una cozza.

Sindrome premestruale: linee guida.

putin

Arriva un giorno nella vita di una donna in cui tutto cambia. Ti scappa la pipì, corri in bagno, ti tiri giù la mutanda e all’improvviso nella tua testa si forma una voragine. Galleggi per un istante nel vuoto cosmico e poi BUM! Riprecipiti di colpo nel mondo reale. E nel mondo reale sulle tue mutande c’è una macchiolina di sangue. E’ lì. E’ proprio lì.
“MAAAMMAAAA! Mi sono venute le mestruazioni!”.
E siamo usciti a festeggiare. Ecco mamma, per la sera del tuo compleanno ti ho fatto il regalo di diventare una signorina. Tiè!
“UH DIU MAMA! AG SEM ‘LU.”
E da lì, non ce l’avevi mica detto questo eh Pieroangela, inizi a camminare come una circense in equilibrio su due funi che ballano ognuna con sua nonna. Queste funi si chiamano una Estradìolo e l’altra Progesterone.
Fino ad allora era tutto molto facile:
-felice–>evento triste–>triste
-fame–>cibo–>sazietà
-amici/nemici
-amore/odio
Fluttuavi nella linearità. Ad ogni azione corrisponde una reazione bla bla bla.

Per una maggiore chiarezza vi mostro l’andamento di questi due ormoni nell’arco dei 28 giorni del ciclo mestruale:

estradiolo progesterone
(Ad onor della cronaca: se dovessimo disegnare lo stesso grafico per le fluttuazioni mensili del testosterone nell’uomo otterremmo una linea retta.)

Queste sono più o meno le basi fisiologiche su cui si fondano tutte le stramberie ed i disordini affettivi tra cui ci arrabattiamo nella quotidianità e che ci portano ad assumere tutta una serie di comportamenti personalissimi e curiosi, come ad esempio commuoversi e iniziare a piangere copiosamente, in un climax di labbri tremolanti e singhiozzi che rompono il silenzio, dopo aver accidentalmente schiacciato un moscerino della frutta sulla pagina del commento ragionato all’atlante di anatomia umana, travolto da uno schiacciasassi marca stabiloboss.
Ti portano a partorire idee inarrestabili atte a minare il lavoro di giorni. Una serie positiva di dieci giornate di alimentazione ben bilanciata vanificate in sette minuti netti.
Vai di combo spaziali di alimenti che normalmente abitano in piatti lontanissimi tra loro.
“Ehi, queste olive non sono niente male nello yogurt!”
“Ecco qua, ancora uno strato di mayo e ci siamo!”
“Secondo te insalata russa e nutella nello stesso toast? No vero?”
Non è fame. E’ qualcosa di completamente diverso. E’ un ordine che arriva al tuo cervello inviato tramite un telecomando che qualcuno sta impugnando da lontano.
“Oh mio dio. Vorrei un panzerotto ripieno di profiteroles ricoperto da scaglie di crostata di ciliegie e parmigiano 36 mesi.”
Così.
E il bello è che poi ve le magnate veramente tutte ste cose.
E’ poi proprio in quei giorni lì che ringrazi Spotify di aver pensato all’opzione “sessione privata”. Mica tutto il mondo può sapere che sto ascoltando da cinquanta minuti in loop “Blue Jeans” di Lana Del Rey. Meglio che là fuori continuino ad associarmi a Coltrane.
Ho condotto anche una piccola indagine tra le mie amiche e mi sono state riportate esperienze davvero particolari, vissuti di depersonalizzazione, nuove personalità emergenti.
Alcune testimonianze di donne vere, tipo quelle della Dove.

“Poco prima del ciclo ho una voglia irrefrenabile di ascoltare Antonello Venditti. Anche se a dire il vero, adesso che mi ci fai pensare, l’ultima hit del premestruo è di Luca Carboni. Imbarazzante.”

“Spaghetti allo scoglio on my mind. E pensare che non li ordino dal 1995.”

“Per tutto: può solo andare male. Ti sta tradendo. Sei grassa. Tutti i vestiti ti stanno di merda. Ti cade tutto dalle mani. Penna, TAC! Raccogli la penna e nel raccoglierla ti cade il foglio, SWISSSH! Mentre tenti di prendere il foglio al volo ti alzi di scatto, e PIM! Testata sullo spigolo.”

“Sì, sì, piango anche guardando cose tipo Bake Off Italia, il TG, la pubblicità dell’Oviesse.”

“Pancia da quarto mese che “ppperò sembri già più avanti!””

“Io mi scoperei anche i manichini del negozio”

“Poi, frase tipica: SEI IN PREMESTRUO? E hanno sempre ragione.”

“Ma i disordini intestinali valgono o solo cose psicologiche?”

Una vera e propria trasformazione, un precipitare nel corpo d’altri che ti destabilizza e devono tutti lasciarti stare. Tutti. Lasciarti. Stare.
Perchè è un attimo. La miccia è davvero cortissimCHE CAZZO VUOI.

Dopotutto però trovo che sia allo stesso tempo una meravigliosa purga a cadenza mensile. Ti fa incazzare come non mai per cose futili, frignare come mammolette per questioni insignificanti ma ti permette poi di uscirne rigenerata come l’araba fenice dal fuoco. Nervi ben distesi, ci si riassetta il vestito con le mani, e via che ECCOMI QUA! SONO TORNATA!
Carina questa camicetta, perchè è nel pattume?